BASTA FATTI, VOGLIAMO PROMESSE: DI STABILIZZAZIONI, FAMIGLIE PROFESSIONALI E FUTURO PROSSIMO DEL LAVORO NELL'AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA
Negli ultimi giorni, il dibattito sulla stabilizzazione del personale PNRR e sulle nuove famiglie professionali ha raggiunto nuovamente i giornali nazionali. Comunicati, dichiarazioni, polemiche: USB ha seguito tutto con attenzione, e con preoccupazione crescente. Preoccupazione non solo per lo scontro in sé, ma soprattutto per la narrazione divisiva che sta prendendo piede. Una direzione che frammenta invece di unire e che rischia di produrre danni insanabili.
Questo comunicato è il nostro tentativo di ricostruire correttamente quello che è successo, proporre strumenti per risolvere realmente i punti di frizione e scongiurare uno scontro costruito a tavolino.
LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI.
Articoli di giornale, comunicati unitari, singoli, a due a due. Convegni, tavoli, assemblee. Eppure, il concetto è semplice, evidentemente qualcuno se lo è perso per strada: “lavorare meno, lavorare tutti”. Nella Giustizia significa costruire un luogo di lavoro diverso da quello attuale, in cui ognuno fa ciò per cui è davvero pagato e non passa il tempo a coprire carenze decennali che qualcuno ha scelto di non colmare.
Non è utopia. È quello che succede quando gli organici sono adeguati. Il problema è che non lo sono, e che la scelta di non renderli tali ha conseguenze precise: su chi lavora, su come si lavora, e su quello che in questi mesi si è trasformato in una guerra tra poveri.
STABILIZZAZIONE O ASSORBIMENTO?
Tre anni di lotta, fianco a fianco con i lavoratori sin dal 2022, hanno strappato 9.368 stabilizzazioni su circa 11.000 precari in servizio. Non un regalo bensì una conquista di chi è sceso in campo per preservare il proprio posto di lavoro. Parziale, insufficiente, ma reale proprio perché qualcuno non ha smesso di lottare. Vale la pena però chiamare le cose con il loro nome, perché il modo in cui si è arrivati a quel numero dice molto su dove si andrà.
Quella che viene presentata come stabilizzazione è, nella sua parte maggioritaria, un assorbimento. La copertura finanziaria si regge sui risparmi di cessazione: stipendi liberati da chi è andato in pensione o ha lasciato il servizio, rimessi in circolo per finanziare i nuovi contratti. La spesa totale non cresce. Le uniche risorse davvero fresche sono i 2.600 posti funzionari e i 400 assistenti della legge di bilancio 2025, più i 1.947 posti nati dalla riforma Cartabia e portati a quel numero dando fondo a quanto l'amministrazione poteva ancora mobilitare. Tutto il resto è una partita di giro.
e nuove famiglie professionali non sono una visione moderna del lavoro giudiziario. Sono il precipitato inevitabile di una struttura economica che ha scelto di assorbire invece di investire. Il ragionamento si fa sulle cessazioni: chi va in pensione libera uno stipendio, quello stipendio finanzia una stabilizzazione, il monte salariale rimane invariato e qualcuno la chiama vittoria. Quando i conti si fanno così, il contratto deve trovare il modo di far quadrare il resto: la "residualità" delle mansioni da cancelliere attribuita ai funzionari non è flessibilità organizzativa, è la razionalizzazione burocratica di quella scelta. E la partita di giro non finisce qui: ogni futuro posto vacante nell'Area Assistenti non diventerà un concorso, ma verrà convertito in un posto di Area Funzionari per assorbire chi è rimasto fuori adesso. Il sistema si alimenta da solo, a tetto invariato, indefinitamente.
La soluzione è semplice da dire e difficile da fare: stabilizzare il precario, assumere l’assistente, in primis scorrendo dalla graduatoria in essere, e valorizzare chi attende una progressione orizzontale o verticale da troppo tempo in questa amministrazione. Ognuno al suo posto, ognuno nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro. Ma questo significa investire davvero, trovare risorse nuove invece di riciclare quelle esistenti. Fare, insomma, quegli sforzi titanici che sono l'unica risposta seria a decenni di finanziamenti insufficienti. Tutto il resto — le famiglie professionali, la flessibilità, l'intercambiabilità — è il modo in cui, con vaghi giri di parole esotiche, si presenta come conquista la scelta di non sistemare davvero le cose e anzi aumentare i carichi di lavoro degli uffici.
LO SCONTRO TRA CATEGORIE NON È UN INCIDENTE.
In questo quadro è esploso il dibattito degli ultimi giorni: demansionamento sì o no, gli UPP sono assistenti dei giudici o funzionari amministrativi, chi ha tradito chi. Una cagnara con una funzione precisa: spaccare il fronte, tenere il personale diviso per categoria mentre il problema strutturale resta intatto.
Non è colpa di chi ci è dentro. È la conseguenza diretta di una stabilizzazione costruita sull'assorbimento invece che sull'investimento. Se l'ex precario entra al posto del cessato, la coperta è sempre troppo corta. Finanziare la stabilizzazione con i risparmi di cessazione significa spostare le risorse, non crearle: e spostare risorse in un sistema già in affanno è un rischio per la tenuta dello stesso. Chi ha firmato lo sapeva, e ha cercato di coprirlo con delle famiglie professionali costruite storte. Parlare di "demansionamento" non aiuta a capire la radice economica del problema e rischia di svalutare il lavoro di chi in cancelleria ci sta da anni.
Lo scenario che si realizza è tra i più ingrati che si possano immaginare. Da una parte il personale di ruolo che ha tirato avanti la carretta per decenni, spremuto come un limone, che ha tenuto in piedi uffici abbandonati a se stessi senza mai smettere di farlo con dignità e professionalità, dall’altra quello precario, che ha lavorato come se il contratto a termine non esistesse, con la stessa dedizione, la stessa competenza, lo stesso senso del dovere. Due categorie che avrebbero ogni ragione di camminare insieme, ridotte invece a svalutarsi a vicenda, a guardarsi con sospetto, a contendersi uno spazio che dovrebbe essere di entrambi. La domanda da porci non è “chi ha ragione?”, ma “come siamo arrivati a questo?”.
USB non ha interesse a scegliere da che parte stare in uno scontro che non dovrebbe esistere. Non si agisce a valle di un problema, si agisce a monte: e a monte c'è una scelta politica precisa, quella di non assumere, di non valorizzare, che ha prodotto quelle carenze, quelle famiglie professionali, quella guerra tra categorie. Rimuovi la causa e lo scontro si dissolve da solo.
L'unica risposta è stabilizzare, valorizzare e assumere. Il resto è gioco delle tre carte: si sposta il problema da un tavolo all'altro e si chiama lo spostamento “soluzione”.
L'UFFICIO PER IL PROCESSO: UN MODELLO ORGANIZZATIVO.
C'è un modello organizzativo che risponde esattamente a questo e che, paradossalmente, esiste già. Si chiama Ufficio per il Processo, ed è presente dal lontano 2012. Non è una categoria di lavoratori, è un meccanismo in cui ogni figura partecipa all'attività che le è propria in sinergia con le altre: il magistrato, il funzionario, il cancelliere, il tecnico, ciascuno secondo la sua professionalità, ciascuno indispensabile perché fa quello per cui è formato. Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni: un altro concetto evidentemente dimenticato tra un volantino di propaganda e un altro.
Per USB esiste un solo sistema giustizia e un solo personale giudiziario. Le sue problematiche si gestiscono unitariamente, non strizzando l'occhio a questa o quella categoria per guadagnare consenso e tessere, non alimentando conflitti sapendo che la loro risoluzione richiede interventi di ben altra portata.
BASTA FATTI, VOGLIAMO PROMESSE.
C'è chi in questi mesi ha parlato molto di unità del personale giudiziario, di visione comune, di interesse collettivo. Le stesse voci che ai tavoli hanno firmato accordi che lasciano fuori 1.500 persone costruiscono famiglie professionali sull'intercambiabilità forzata e difendono quei risultati come conquiste per tutti.
Non firmare era una scelta legittima esattamente come scegliere di farlo. USB quella scelta l'ha fatta perché un accordo che nega un problema non è una soluzione, e ratificarlo non è fare sindacato come lo intendiamo noi. Stare fuori da un tavolo che produce certe dinamiche non è debolezza, è coerenza.
Il 25 maggio 2026 il Tribunale di Roma ha stabilito che USB Pubblico Impiego ha il diritto alle prerogative dell'informazione e del confronto, indipendentemente dalla firma del CCNL. Chi ci ha tenuti fuori pensava che escluderci fosse una soluzione. Non lo era.
Quando torneremo a sederci lo faremo per continuare ciò che già facciamo, e cioè lavorare su una narrazione davvero unitaria per tutto il personale della giustizia, cancellieri e funzionari, tecnici e precari insieme, senza accordi che accontentino qualcuno lasciando fuori qualcun altro. Esattamente la sfida che ci imponiamo da anni, con e senza firme sui contratti.
Chi porta i fatti, i decreti, i contingenti, i posti assegnati, dovrebbe ricordare che sono esattamente quei fatti a dirci che il sistema non funziona. Che ad oggi 1.500 persone restano fuori, e USB lavora senza sosta perché nessuno si trovi senza contratto il 1° luglio, cercando una proroga sul gong del 30 giugno per non disperdere competenze e dare il tempo necessario a completare quello che la stabilizzazione ha lasciato incompiuto. Dovrebbe ricordare che i Cancellieri mancano. Che le competenze vengono appiattite per coprire carenze invece di essere riconosciute per quello che valgono a ogni livello e per ogni professionalità di cui si serve quest’Amministrazione.
Se questi sono i fatti, allora sì: sono meglio le promesse.
Roma, 3 giugno 2026 USB PI – Giustizia