E QUINDI ERA MEGLIO LO SCIOPERO?

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Scriveva qualcuno che la storia si presenta sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Al Ministero della Giustizia, con le stabilizzazioni PNRR, vanno in scena insieme. La tragedia è quella dei 1.500 appesi a un filo. La farsa è tutto il resto.

L’ultimo atto è del 10 giugno. Il Consiglio dei Ministri vara un decreto-legge che definisce per via legislativa i compiti degli addetti all’Ufficio per il Processo, scavalcando il contratto integrativo firmato appena sei settimane prima. E nel giro di poche ore i sindacati firmatari di quel contratto, gli stessi che lo avevano presentato come una conquista, scrivono al Ministro per minacciare il ritiro della propria firma.

Questa è la farsa.

NON SERVIVA LA SFERA DI CRISTALLO

Il 3 giugno abbiamo pubblicato un comunicato che diceva esattamente questo: la cosiddetta stabilizzazione non è un investimento ma un assorbimento, finanziato in larga parte con i risparmi di cessazione, una partita di giro contabile. E da quella struttura economica discendono, come conseguenze necessarie, le famiglie professionali distorte, le mansioni «residuali» usate come valvola di sfogo delle carenze di organico, il conflitto artificiale tra lavoratrici e lavoratori, l’esclusione di circa 1.500 persone.

Non era una profezia. Era l’analisi delle premesse. Chi ratifica un impianto senza contestarne le fondamenta, poi ne insegue gli effetti.

Se lo vadano a rileggere. È ancora lì, su giustizia.usb.it.

HANNO PASSATO MESI A VANTARSI…

A gennaio, i firmatari scrivevano in un comunicato congiunto che il risultato delle stabilizzazioni «non è frutto di scioperi sterili o di slogan gridati fuori dai palazzi», e che «c’è chi sceglie la piazza per nascondere la propria irrilevanza ai tavoli decisionali». A novembre, uno di loro sintetizzava la propria filosofia così: «chi firma porta risultati, chi si astiene resta a guardare».

Hanno passato mesi a vantarsi di sedersi ai tavoli un giorno sì e l’altro pure. Hanno demonizzato lo sciopero, lo strumento che la Costituzione consegna alle lavoratrici e ai lavoratori, derubricandolo a folklore per irrilevanti. Hanno spiegato a tutto il comparto che la partecipazione e il conflitto erano residuati del passato, e che la modernità stava nella firma.

Sei settimane dopo la firma, il governo li ha scavalcati per decreto. Si sentono presi in giro perché sono stati trattati da passacarte.

E allora la domanda è inevitabile: un sindacato che rinuncia alla propria dimensione di base per abbracciare totalmente quella burocratica e conciliativa, non ha forse il doppio delle possibilità di essere preso in giro? Chi disarma se stesso non deve aspettare che lo disarmi la controparte.

…E ORA VOGLIONO BLOCCARE TUTTO?

Sia chiaro: scavalcare per via legislativa, in maniera unilaterale, una prerogativa sindacale qual è la contrattazione che disciplina l’ordinamento professionale, richiederà più di qualche riflessione. Ma non arriva inaspettatamente: questo modo di condurre le relazioni sindacali era nell’aria da ben prima del 10 giugno. Oggi apre gli occhi perfino chi è sempre stato veloce di firma.

Nella nota dei firmatari, però, c’è un inciso che va letto parola per parola. Annunciando il possibile ritiro delle firme, scrivono che ne discenderebbero «di pieno diritto, tutte le conseguenze amministrative e normative che ne costituiscono il corollario: il venir meno delle famiglie professionali riferite al ruolo UPP e, con esso, l’impossibilità di procedere alle relative assunzioni, le ricadute sulle dotazioni organiche, nonché ogni ulteriore effetto, anche di natura patrimoniale e contabile, connesso a tale circostanza».

Quell’inciso ammette tre sole letture.

Se ci credono davvero, è un tradimento senza precedenti nei confronti di migliaia di persone che si sono sottoposte alla procedura di stabilizzazione, quella stessa procedura che i firmatari rivendicano di aver disegnato, quando a novembre annunciavano l’intesa sui «criteri equi» come una propria conquista. Tradire i lavoratori, e i più fragili tra loro, i precari, è una macchia indelebile nella storia di un sindacato. Non si cancella con il comunicato successivo.

Se invece ululano alla luna, stanno deliberatamente creando allarmismo per tenere in ostaggio psicologico migliaia di lavoratrici e lavoratori già allo sfinimento, senza certezze, a meno di tre settimane dalla scadenza dei contratti. Usare l’angoscia delle persone come leva per riconquistare una sedia al tavolo.

Se infine, come temiamo, non c’è né l’uno né l’altro, se quell’inciso è solo la reazione di pancia di chi ha firmato senza progetto e si è scoperto scavalcato senza rimedio, una reazione avvertita quasi come doverosa di fronte a una prerogativa violata, allora siamo davanti a organizzazioni che improvvisano sul destino di migliaia di persone. E chi improvvisa non governa le conseguenze: le subisce, e le fa subire, dove capita, a chi capita, quando capita.

In tutti i casi: indifendibile.

Indifendibile, e qualcosa di più: corrosivo. Perché chi ha attraversato anni di precariato e il filtro di una prova, e a un passo dal traguardo si vede minacciato proprio da chi dovrebbe rappresentarlo, non perde fiducia in una sigla: la perde nel sindacato come strumento. È una sfiducia che non si ferma ai confini di chi l’ha generata e contagia tutto il sindacalismo. Lavoratrici e lavoratori più soli: ecco il «risultato storico» di tanta «responsabilità».

E ancora. Nel repertorio di un sindacato un blocco esiste, ed è legittimo, antico e perfino costituzionale: il blocco della prestazione lavorativa. Se invece di minacciare oggi il blocco delle assunzioni avessero organizzato ieri il blocco del lavoro, il conto forse sarebbe diverso. Non 9.368: il numero integrale. Includendo tutte e tutti.

PAROLA D’ORDINE: STRUMENTALIZZAZIONE

A gennaio rivendicavano la paternità delle 9.368 stabilizzazioni, definendole un «risultato storico» ottenuto grazie alla «strada della responsabilità». A giugno minacciano di farle saltare.

Lo stesso numero: prima esibito come trofeo, ora impugnato come arma. Ma le 9.368 stabilizzazioni non sono né l’uno né l’altra. Sono vite, famiglie, anni di lavoro dentro gli uffici giudiziari.

E proprio all’ultima curva, questo enorme contingente di lavoro precario viene strumentalizzato in modo palese e disarmante. Dal governo, che per una novantina di giorni lo userà per tappare buchi nelle sezioni immigrazione. Dai firmatari, che provano a salvarsi dal proprio fallimento tenendo in ostaggio migliaia di lavoratrici e lavoratori. Chi li tratta come merce di scambio ha già detto tutto di sé.

SÌ, ERA MEGLIO LO SCIOPERO

Questa vicenda è un monito, e vale per tutti.

Chi firma cercando riconoscenza da parte di chi ha firmato insieme a lui, finisce così: malissimo. A maggior ragione se, per arrivare a quella firma, ha spiegato al comparto che le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori erano «irrilevanza di piazza», cioè l’unico strumento che la controparte non può scavalcare per decreto.

Perché è stata la lotta a creare la stabilizzazione, non le firme. Sono stati due scioperi nazionali, le assemblee, le piazze «sterili» a costringere all’ampliamento dei posti da 6.000 a 9.368. E arrogarsi il diritto di riscrivere questa storia con la Replay, la penna che alle medie prometteva di cancellare gli errori e lasciava sempre l’alone, più che una strategia comunicativa sembra una crisi d’identità sindacale. Di quelle profonde, che di solito richiedono un percorso. Auguriamo loro di ritrovarsi. Forse.

Per noi nulla cambia: la vertenza resta aperta finché ogni lavoratrice e ogni lavoratore escluso non avrà la possibilità di firmare un contratto a tempo indeterminato. Proroga vera, subito, per tutte e tutti. Il resto è farsa, e l’abbiamo già vista.

USB Pubblico Impiego – Giustizia

Roma, giugno 2026